Nella Giornata Mondiale dell’acqua 2014 l’Onu punta al legame tra energia e acqua

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Giornata mondiale dell’acqua 2014: come partecipare a Salva la goccia

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Il mondo in un unico parco nel Garden der Welt

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Gli appassionati di giardini ricercano i posti più ameni e suggestivi in giro per il mondo, pur di cogliere l’essenza di ogni paesaggio, nelle varie declinazioni di verde e d’acqua. Dalla Francia, Corea fino in Giappone pur di percorrere gli intricati labirinti vegetali, farsi suggestionare dalla quiete dei giardini orientali o stupirsi delle ombre lasciate dai padiglioni traforati. Vi è, d’altra parte, la possibilità di vedere tutto il mondo in un unico

parco, passare da un’oasi all’altra, il tutto comodamente in una sola località. È l’ambizioso obiettivo della Grün Berlin Garten und Park GmbH che, a Berlino, ha dato vita ai Garten der Welt.

 Reliquie ferroviarie e aree attrezzate: il parco Gleisdreieck a Berlino

In copertina: il giardino cinese.
Come suggerisce il nome stesso (Giardini del mondo), in più di 100 ettari sono presenti ben 9 diverse tipologie di giardini. Cinese, giapponese, orientale, coreano, rinascimentale e cristiano: in ogni area si può rivivere esotiche atmosfere, filosofie e lontane culture.

 LA STORIA
I Garden der Welt sono da annoverare tra le più belle aree verdi europee, sia per la ricchezza botanica che per la caratteristica zona in cui sono situate. Una mezzora basta per tornare indietro agli anni della Berlino Est. Infatti il parco e lo stesso quartiere Marzahan in cui è situato, sono realizzati dalla DDR tra la fine degli anni ’70 e ’80. Conosciuta come zona malfamata, costellata da casermoni in stile sovietico, l’area è stata recentemente rivalutata sia a livello sia turistico che sociale.

Nel 1987, in occasione del 750° anniversario della nascita della città di Berlino, si inaugura il parco divertimenti di Marzahan, che avrebbe dovuto ospitare un’esibizione orti-culturale in risposta al raffinato Britzer Garden della parte Ovest della città divisa. 

Dopo la caduta del Muro, cambia nome ed è ampliato. I giardini creati al suo interno oltre che squarcio verso mondi lontani, sono anche la testimonianza dei gemellaggi tra Berlino e le maggiori capitali del mondo.

Giardino cinese
A seguito del gemellaggio tra Pechino e Berlino del 1994, solo dopo tre anni inizia la costruzione del più grande giardino cinese d’Europa. Caratterizzato da edifici, ponti, radure e pareti, è progettato da esperti cinesi. Il Giardino della Luna recuperata è realizzato secondo i piani stabiliti dall’Istituto per l’Architettura Classica di Pechino; tutti i materiali, pietre, rocce, sculture e legni pregiati, provengono da Pechino.

Davanti ad un immenso lago, sorge la Casa del thè o Casa di montagna del succo d’Osmanthus, dove è possibile concedersi un momento di relax sorseggiando, ovviamente, una tazza di thè. Nella piccola oasi ricreata, i visitatori e i berlinesi sono inebriati dai colori tenui, dalla superficie specchiata e dalle architetture tradizionali.

Giardino Giapponese
Shunmyo Masuno, professore e sacerdote Zen, realizza nel 2001 il Giardino dell’incontro delle acque con piante e tradizionali elementi stilistici, cerchi di pietre e ruscelli. Il complesso è costituito da tre giardini, collegati da sentieri; al centro si trova il padiglione Nyosuitei.

Incredibile il contrasto tra la caotica e insonne città metropolitana e questa micro-oasi autosufficiente, completamente fuori dal tempo. Calma, contemplazione e riflessione provengono dagli aceri, dai ciliegi ornamentali o dal giardini secco.

Giardino Balinese (o delle Tre Armonie)
Come per i precedenti, il Giardino delle tre Armonie deriva dal gemellaggio tra Berlino e Balì. È la replica di un complesso di edifici e una riproposizione della flora tropicale nel sud di Bali. Una dimora di mattoni separa la zona giorno dalla zona circostante.

Il cortile è quadrato, al centro vi è la fontana, le pareti e i portici sono riccamente decorati dalle piastrelle di ceramica, le cosiddette Zillij.

Giardino orientale
Lavorando in stretta collaborazione con lo storico botanico Mohammed El Fai’z, l’architetto paesaggista Kamel Louafi ha definito un giardino con cortile e un Rivad (giardino architettonico). Un muro alto quattro metri circonda interamente il giardino, prendendo spunto dalla tradizione.


Giardino coreano
Inaugurato nel 2006, il giardino coreano o “stile Seoul”, è un dono della capitale della Corea del Sud. Il giardino contiene un padiglione, quattro cortili e una fonte d’acqua; è stato realizzato da artigiani coreani e presenta la vegetazione tipica, come bambù, pino, quercia ed acero.

Il labirinto
Le 1.225 unità sempreverdi di Taxus baccata, che necessitano regolare potatura per mantenere la forma geometrica, riproducono il giardino labirinto del castello di Hampton Court in Gran Bretagna, mentre a terra è ridisegnata la celebre pavimentazione della cattedrale gotica di Chartres in Francia.

È un giocoso invito per i visitatori che vogliano provare il proprio senso d’orientamento, cambiare rotta, tornare sui propri passi, perdersi. Per poi scoprire ognuno con i propri tempi, la via d’uscita.

Giardino rinascimentale italiano o “Giardino della Bobolina”
Immancabile il giardino rinascimentale, che si presenta con tutto il suo apparato scultoreo, le aiuole fiorite e un bel porticato. Il gran cancello in ferro battuto al termine di una delle due scalinate presenti, apre direttamente sul giardino principale. Qualunque percorso scelgano i visitatori, saranno senza dubbio affascinati dal caratteristico spaccato italiano.

Alberi sagomati paradigma dell’arte topiaria, percorsi costruiti ad arte, panchine in pietra, statue, una grande fontana a conchiglia e numerose piante in vasi di terracotta, invitano i turisti ad un viaggio a ritroso nel tempo.

Giardino di Karl Foerster
Il ristrutturato ed esteso Giardino di arbusti di Karl Foerster, costituisce un bell’esempio di orticoltura tedesca del ventesimo secolo.

In alto: il Giardino di Karl Foerster

In alto: il Giardino cristiano

Giardino cristiano
Nel 2011 è stato realizzato il giardino monastico, con croce centrale, siepi di bosso ed arbusti dalla fioritura bianca; al centro l’acqua a simbolizzare la fonte di vita. La galleria dorata è costituita da lettere intagliate in cui si leggono testi del Vecchio e Nuovo Testamento.

 

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e-QBO. La scommessa italiana al World Future Summit

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Si è tenuto dal 20 al 22 gennaio ad Abu Dhabi il vertice mondiale dedicato alle energie rinnovabili, il World Future Summit. L’Italia è stata rappresentata da una delegazione di imprese guidate dal Gestore dei Sevizi Energetici alla ricerca di investimenti negli Emirati Arabi nel settore delle energie rinnovabili. Al forum è stato presentato il progetto e-QBO ideato dall’architetto e designer

Romolo Stanco.

 Rinnovabili: l’inserimento delle fonti pulite nel paesaggio

Stand, spazio espositivo e oggetto di design, il progetto italiano e-QBO presentato al World Future Summit si presta a molti usi, ma è nato con un solo scopo: produrre energia pulita.

 MERCATO ARABO
In un periodo che vede la contrazione, a livello nazionale, degli incentivi sulle fonti energetiche rinnovabili con conseguente perdita di posti di lavoro, circa ottomila negli ultimi due anni, il mercato arabo sembra offrire notevoli opportunità dettate dalla volontà di questi Paesi di inserirsi prepotentemente nel settore energetico da fonte non fossile con incentivi ed investimenti mirati allo sviluppo di tecnologie ad hoc

Gli Emirati Arabi hanno fatto, infatti, una scelta strategica scegliendo di costruire una piattaforma dedicata alle fonti energetiche rinnovabili. Lo sviluppo dell’industria legata a questo settore è favorito da un periodo di crescita e dal forte interesse sia del settore pubblico che di quello privato. I Paesi del Golfo sono all’inizio del processo di sviluppo delle rinnovabili e, pertanto, hanno un forte bisogno di acquisire competenze e supporto tecnico da Paesi che hanno un’esperienza pregressa. 

La concorrenza internazionale è molto forte, ma senza dubbio è un’occasione che un Paese come l’Italia non può lasciarsi sfuggire per puntare su una grossa fetta di mercato e di commercio in tutta l’area mediorientale.

 IL PROGETTO
L’e-QBO è un progetto tipicamente made in Italy che mette insieme architettura, design, ricerca ed innovazione. Come spiega l’arch. Romolo Stanco: “è un oggetto urbano che può produrre energia in modo continuativo ed allo stesso tempo è flessibile perché è un oggetto architettonico”.

È un’idea che nasce nel 2011 dalla collaborazione di un gruppo di lavoro formato dalla società RSE del gruppo Gestore Servizi Energetici, dall’associazione Smart Design for Smart Cities e dalla start up T.Red e dallo studio Stanco.

Rappresenta un’idea bella, efficiente e funzionale che in qualche modo rappresenta la città del futuro, fatta di elementi costruttivi ed architettonici “intelligenti” ed autosufficienti dal punto di vista energetico. Può essere considerato il primo approccio verso una città sempre più smart, non solo dal punto di vista energetico, ma anche dal punto di vista estetico.

e-QBO è una struttura cubica modulare capace di accumulare energia grazie alla presenza di pannelli fotovoltaici ed è in grado di rilasciarla per servizi ed utenti di ogni genere. È sostanzialmente un cubo di 5 metri di lato, duttile e polifunzionale che è in grado di produrre circa 50 kWh al giorno, l’equivalente del fabbisogno di tre famiglie medie. L’energia accumulata dai pannelli solari integrati nelle vetrate che delineano la struttura viene stoccata e dunque può essere utilizzata anche di notte.

 SVILUPPI FUTURI
e-QBO è identificabile fin da subito come elemento smart per forma, colore e illuminazione. È un elemento strutturale che non ha bisogno di grandi lavorazioni per essere messo in opera, basta, infatti, semplicemente appoggiarlo al terreno. Ha la capacità di ospitare al suo interno mostre, eventi, incontri, bar o altro.

È già stato installato in diverse parti d’Italia, come temporary shop o come punto d’attrazione turistico attrezzato, ma è una soluzione che può essere replicata con successo anche nel mercato arabo; grazie, infatti, alla sua facilità di trasporto, montaggio ed autosufficienza si presta benissimo ad essere utilizzato in territori difficili ed estremi come quelli desertici.

È una sfida interessante ed un’affascinante scommessa per cercare di “conquistare” un territorio che, ad oggi, risulta essere un traino per l’economia di molti Paesi; ma è anche un prototipo da sviluppare ed implementare auspicando una sua capillare diffusione anche su tutto il territorio nazionale. È un oggetto smart ed autosufficiente che può realmente essere utilizzato in vari modi ed alla portata di tutti, che può aiutarci a rendere la nostra vita urbana un po’ meno energivora e più sostenibile con, allo stesso tempo, un tocco di design e di stile italiano.

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Greenwashing. Come difendersi dal falso sostenibile in architettura

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Oggigiorno, in Italia e nel mondo, vi sono parecchie false informazioni riferibili al contesto dell’Architettura Sostenibile: questi fenomeni sono definiti con un termine che è “greenwashing”.

 DA COSA DERIVA IL TERMINE?
Il termine pare risalga al 1986, ad opera dall’ambientalista Jay Westerveld, che ironicamente – se pure in maniera critica – osservava la pratica di molti hotel statunitensi che incoraggiavano gli ospiti a riutilizzare gli asciugamani come uno sforzo per aiutare l’ambiente.L’obiettivo principale era attivare una strategia per inculcare nel pubblico l’idea che quelle attività perseguissero l’obbiettivo del risparmio energetico, mentre in realtà tutto era calcolato per un risparmio economico sulle spese di lavanderia.

Il termine però avrebbe anche una seconda derivazione, quella dall’anglosassone, “whitewashing”, usata per trattare argomenti legati al mondo della politica e che allude a “un tentativo deliberato e organizzato di nascondere fatti negativi, come scandali o crimini, omettendoli o negandoli. In altre parole un sinonimo di insabbiamento” (fonte: Regione Emilia Romagna)

Secondo la fonte Wikipedia in sintesi: “Greenwashing è un neologismo indicante l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste da parte di aziende, industrie, entità politiche o organizzazioni, studi professionali finalizzata alla creazione di un’immagine positiva di proprie attività (o progetti e prodotti) o di un’immagine mistificatoria per distogliere l’attenzione da proprie responsabilità nei confronti di impatti ambientali negativi.Il termine è una sincrasi delle parole inglesi green (verde, colore dell’ambientalismo) e washing (lavare) e potrebbe essere tradotto con lavare col verde o, più ironicamente, con il verde lava più bianco”.

 SMASCHERARE I FENOMENI DI GREENWASHING
Nel mondo dell’edilizia, a livello dei progettisti, dei produttori di materiali e componenti costruttivi è stimolante vedere tante nuove costruzioni definite eco-consapevoli/eco-sostenibili/eco-compatibili, tuttavia bisogna prestare attenzione poiché ciò che appare green  può svelare tutta un’altra realtà quando si valutano e si analizzano le concrete caratteristiche dell’edificio.

Di manifestazioni di greenwashing ormai ve ne sono tantissime e abbracciano un po’ tutti gli aspetti della sostenibilità, compresa quella architettonica. Accade quando un ente pubblico o una società, ma anche un professionista privato, finge di occuparsi dell’ambiente al fine di nascondere attività che, al contrario, sono fortemente impattanti, e lo fa con azioni che al pubblico appaiono ineccepibili.

A tal proposito, esiste in rete un sito curato da Greenpeace, Stop Green Wash che aiuta a smascherare i vari fenomeni di greenwashing ed è utile da consultare, anche se in inglese.

 ALCUNI ESEMPI DI FALSI MITI DELL’ARCHITETTURA SOSTENIBILE
A livello mondiale abbiamo tanti esempi di greenwashing sono tanti. Ne abbiamo scelti alcuni giusto per dare un’idea della portata che può avere un fenomeno come questo.
Di ritocco, o qualcosa molto simile, si può parlare nel caso di alcuni progetti di grattacieli tra New York (Tishman Speyer’s Hudson Yards) e Los Angeles (Wilshire Project). 

Nicolai Ouroussoff, critico d’architettura del New York Times, ha descritto il metodo a dir poco persuasivo di come il disegno architettonico abbia raggirato l’opinione pubblica per ottenere dei permessi di costruzione: osservando i modelli 3D con cui i promotori immobiliari hanno presentato questi colossali, interventi si capisce come sia stata data una visione ingannevole della loro reale portata volta ad ottenere un consenso altrimenti mai ottenibile.

Ad Ottobre dello scorso anno, a Milano, si è tenuto il 1° Forum della Sostenibilità durante il quale si è  tentato di dare una risposta al greenwashing riunendo, aziende, top manager, professionisti della comunicazione, imprenditori etc… Si è constatato come il greenwashing stia prendendo piede in Italia, a cominciare dalle industrie alimentari e la P.A.

Citiamo a mo’ di esempio alcuni casi eclatanti che hanno coinvolto il mondo dell’Architettura e dell’edilizia del nostro paese.
Una nota azienda italiana produttrice di porte in legno, ha pubblicamente dichiarato il proprio obbiettivo di “rispetto della natura, prodotti naturali, ecologia, etica, e altro”; peccato che guardando con attenzione al suo ciclo produttivo nonché ai prodotti utilizzati ci si accorga che non c’è riutilizzo degli scarti di legno e di segatura per produrre energia, non esista alcun sistema di recupero di energia rinnovabile per far funzionare l’enorme complesso industriale, ma soprattutto si utilizzino legni dell’Amazzonia e non quelli soggetti al taglio periodico controllato; inoltre pare che nei prodotti multistrato vengano impiegate resine tossiche.

Se si passa poi dai componenti agli edifici, nonché agli interi complessi urbani, si scopre come il greenwashing coinvolga anche il mondo delle Archistar, che se ne servono o sono esse lo stesso mezzo mediatico, per promuovere qualcosa che è solo apparentemente eco e sostenibile.

Al momento è in fase di realizzazione un enorme grattacielo dall’altezza record dichiarato ecoefficiente. L’edificio in questione è stato ritenuto tuttavia terribilmente energivoro, ovvero tipico esempio di “edificio-colabrodo-termico” in inverno, e “serra-sotto-il-sole” in estate

Le scelte impiantistiche sono avanzate ed efficienti secondo quanto dichiarato dai suoi committenti ed esecutori ma questo non toglie che l’impiantistica sia stata dimensionata necessariamente per coprire le spaventose perdite e dispersioni dell’edificio stesso, sponsorizzato da una nota  multinazionale e utilizzato come mezzo mediatico di propaganda in vista dell’Expo 2015.

Anche i complessi industriali non sono da meno: è il caso della realizzazione della ciminiera di un termovalorizzatore, che già di per sé non è da ritenersi “eco” e che ha raccolto consensi per la sua realizzazione solo grazie al fatto di essere dipinto di azzurro e quindi apparentemente integrata con il cielo verso cui si staglia!
E quando il marketing non è sufficiente a raccogliere consensi, le aziende e le industrie ricorrono al ricatto occupazionale per poter ampliare stabilimenti e quant’altro.

È fondamentale impostare il discorso del costruito, del territorio e dell’urbano su altre premesse: l’LCA dei materiali, il riciclo ed il riuso dei componenti, il consumo di suolo, la mobilità, le infrastrutture, i servizi sociali, l’accesso ai servizi e il bilancio costi-benefici.
Non basta fermarsi alla propaganda ma occorre vedere in concreto quanto ciò che si realizza incida secondo le premesse e non vada a confliggere con altri aspetti.

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