Come costruire una casa in bambù in 25 giorni con 2500 dollari

Scritto da Chiara Nicora

Martedì 19 Novembre 2013 07:03

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Ad Hanoi – Vietnam – i progettisti dello studio H&P Architects hanno cercato di dare una risposta ai disagi causati dall’alternarsi annuale delle stagioni che si verifica spesso con eventi catastrofici mettendo a dura prova la sopravvivenza delle persone e delle costruzioni. Il progetto BB Home, Blooming Bamboo Home, o Casa del Bambù in fiore dimostra come costruire una casa in bambù in 25 giorni con 2500 dollari. Il risultato

è in un modulo abitativo componibile e facilmente assemblabile che attualizza la tipologia edilizia tipica del luogo in relazione alle esigenze abitative, di risparmio energetico e di riduzione dei costi.

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La casa in bambù è interamente realizzata con materiali naturali e riciclabili: sia la struttura portante sia i tamponamenti verticali ed orizzontali sono costituiti da solo due tipi differenti di elementi in bambù aventi lo stesso diametro, variabile tra gli 8 e i 10 centimetri, ma con altezze diverse rispettivamente di 3,3 metri e di 6,6 metri. Il manto di copertura, invece, varia in funzione del materiale a disposizione che può essere bambù barbiglio, fibra di legno, foglie di cocco oppure bambù dal diametro ridotto.

Con poche migliaia di dollari, il tutto viene assemblato e messo in opera in 25 giorni attraverso una serie di incastri assicurati con delle viti. Il modulo abitativo può essere replicato a seconda delle necessità e può avere diverse funzioni: nasce come casa, ma può agilmente diventare un’aula scolastica o una sala degenze.

Tutti gli ambienti sono disposti su di un unico livello posizionato ad una quota maggiore rispetto a quella del terreno in modo da poter resistere ad un allagamento stimato intorno a 1,50 metri di altezza.

Si accede alla casa percorrendo alcuni gradini di una scaletta esterna. All’interno trovano posto quattro ambienti quadrati dall’uso flessibile. Uno è adibito a servizi: cucina e bagno. Gli altri tre possono essere utilizzati come tre camere da letto distinte oppure a seconda delle combinazioni come salotto più zona notte in base al variare delle esigenze e delle dimensioni del nucleo famigliare.
I soffitti molto alti permettono inoltre la possibilità di realizzare anche la variante con un piano sottotetto utilizzabile come camera aggiuntiva.

La forma della copertura favorisce la ventilazione naturale e le ampie aperture dalla chiusura regolabile permettono un’areazione costante indispensabile per il clima per cui è stata studiata l’abitazione. L’acqua piovana viene raccolta in una cisterna e depurata per poter essere immessa nel circuito domestico e dopo essere stata utilizzata viene reimpiegata per irrigare il giardino. L’acqua che invece serve per lo sciacquone del bagno viene presa direttamente dal tetto e poi immessa nella rete della fognatura pubblica.

È così possibile vedere la propria abitazione letteralmente montata come se si trattasse di un gioco per bambini in 25 giorni e al costo stimato di 2500 dollari.
Foto | © Doan Thanh Ha

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Le scuole solari galleggianti del Bangladesh

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Il Bangladesh è uno dei paesi in cui, negli ultimi decenni, le conseguenze dei cambiamenti climatici e i loro effetti sulla vita degli uomini sono diventati sempre più evidenti. Le maggiori disparità sociali, dovute anche alla progressiva perdita di integrità di importanti ecosistemi e agli squilibri ambientali che le attività umane provocano, creano sempre più disagi alla popolazione. Le scuole solari galleggianti realizzate dall’architetto

 Mohammed Rezwan rientrano in un progetto solidale che consente ad adulti e bambini di frequentare i corsi anche quando i piogge monsoniche flagellano le vie di comunicazione.

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È stato stimato che, a causa dell’aumento dell’intensità e della variabilità delle piogge monsoniche, circa il 20% della superficie del paese nei prossimi vent’anni sarà coperta dalle acque. Per una nazione come il Bangladesh che ha una delle maggiori densità di popolazione al mondo, questo è un problema molto serio, le cui conseguenze possono diventare disastrose.

 IL PROGETTO
L’organizzazione no-profit Shidhulai Swanirvar Sangstha, per iniziativa dell’architetto  Mohammed Rezwan, ha messo in atto una serie di programmi volti a garantire istruzione e formazione professionale in risposta a tali mutamenti, seguendo un approccio innovativo, immaginando e mettendo in atto soluzioni che non alterino ulteriormente il paesaggio ma si adattino ad esso.

L’associazione opera nel sud del paese, dove a causa delle inondazioni dovute alle piogge monsoniche, per circa 4 mesi all’anno le vie di collegamento e le possibilità di spostarsi sono precluse, rendendo impossibile ai bambini frequentare le scuole. Per questo Shidhulai, ha realizzato le Scuole Solari Galleggianti, che durante i mesi dei monsoni sostituiscono le scuole sulla terra ferma, consentendo agli alunni di frequentare le lezioni con continuità.


Le barche sono realizzate con materiali naturali reperibili sul posto, costruite secondo le tradizioni costruttive del Bangladesh 
ed equipaggiate con pannelli solari fotovoltaici, piccole biblioteche e portatili per la connessione internet.

Il progetto, che è stato premiato nel 2012 al WISE, World Innovation Summit for Education, ha avuto inizio nel 2002 e da allora ne hanno beneficiato 700 mila studenti e le loro rispettive famiglie.

L’organizzazione ha creato un programma di incentivi affinché le famiglie più povere continuino a far frequentare la scuola ai propri figli. Oltre all’attività didattica per i più piccoli, infatti, dopo l’orario scolastico sono realizzati corsi per gli adulti, nei quali vengono insegnati nuovi metodi di produzione agricola e e corsi per approfondire aspetti inerenti l’economia e la finanza.
Inoltre le famiglie hanno la possibilità di affittare le lampade solari, che allungando le ore di luce a disposizione, consentono agli studenti di continuare a studiare anche a casa e agli adulti di incrementare le ore lavorative e, di conseguenza, le entrate economiche.

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Il concetto che sta alla base delle attività dell’organizzazione, è quello di sviluppare le condizioni perché questi luoghi non vengano abbandonati dagli abitanti, creando i presupposti affinché sia possibile vivere in un ambiente in continuo mutamento, trovando le soluzioni per adeguare di volta in volta le attività umane ai mutamenti stessi.
La forza del progetto sta proprio in questo, riuscire ad offrire dei servizi indispensabili alla comunità rafforzandone la coesione e i rapporti sociali.

L’architetto Rezwan sottolinea l’importanza di trovare delle soluzioni con le comunità locali, in modo da integrare i valori culturali e tradizionali degli abitanti con le peculiarità del luogo. 
La cultura e la storia del Bangladesh sono state sempre fortemente permeate dalla presenza dell’acqua, quindi l’elemento che un tempo era stato motivo di crescita e benessere deve diventare nuovamente una risorsa e non una minaccia.

La combinazioni di questi due concetti, la tradizione con l’utilizzo dell’imbarcazione come mezzo da una parte, e dall’altra la necessità di un’istruzione, con la creazione di scuole e centri di aggregazione sociale e familiare, hanno decretato la fortuna del progetto.

Durante i corsi serali per adulti, Rezwan insegna il “solar water farming”, una nuova tecnica di produzione agricola che sfrutta l’energia solare per creare una piccola fattoria autosufficiente sull’acqua, con coltivazione di ortaggi su una distesa di giacinti d’acqua e un sistema di reti di bambù per la pesca e un allevamento di anatre. 

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Ogni scarto dell’attività può essere riciclato nel ciclo di produzione della fattoria o venduto come fertilizzante all’esterno, mentre l’energia solare è sfruttata per la produzione delle uova di anatra.
Foto | © Abir Abdullah 

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The Cube: un landmark che è anche un low-carbon building

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Il Cube Bioinformatic Centre, sito all’interno dell’Hong Kong Science Park, è stato progettato dal gruppo TheeAe, che ha immaginato un edificio che associa il ruolo di landmark a quello di edificio NZEB, un low-carbon building con esigue emissioni di anidride carbonica nell’aria. Un cubo inclinato è un gesto semplice, matematicamente definito, che permette di dare identità ad un luogo ed al contempo orientarne la facciata

per carpire l’energia necessaria ad alimentare le funzioni interne.

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IL PROGETTO
“The Cube” costituisce la testata del parco cinese, parco urbano dedicato alle attività di ricerca scientifica e tecnologica, di cui rappresenta il simbolo grazie alla sua volumetria rigorosa. La ricerca di un landmark riconoscibile, un oggetto iconico che derivasse da una precisa regola geometrica, quale il cubo, era pertanto alla base del processo di definizione del concept.

Realizzato con tecnologie all’avanguardia ed immerso nel verde, “the Cube” si fa portavoce di un modello architettonico in armonia con l’ambiente e con il sistema di condizioni al contorno. È per questo che, tramite la realizzazione di un ponte e di un cubo di dimensioni inferiori, si relaziona con il preesistente edificio del Bridge Podium.

Un centro polifunzionale: al suo interno ospita uno spazio centrale a tutt’altezza -servente l’area per l’accoglienza e gli spazi espositivi finalizzati alla divulgazione delle attività svolte nel parco- e, ai livelli superiori, uffici e negozi.

TECNOLOGIE ADOPERATE
Il fabbisogno energetico viene quasi interamente soddisfatto tramite l’installazione di pannelli fotovoltaici sul tetto. L’inclinazione del volume permette di ottimizzare il recupero di energia solare esponendo un’ampia superficie all’irraggiamento.
Il tetto vegetale ospita specie arboree ad alto fusto, apportando i noti benefici dovuti all’installazione di uno strato di vegetazione a protezione della copertura dell’edificio.

Non solo è un edificio autosufficiente, ma è anche un low-carbon building, un edificio in grado di immettere scarse quantità di sostanze inquinanti, mirando a diventare sia uno “zero energy building” sia uno “zero emissions building”.

Non viene tralasciato, d’altro canto, l’involucro. È infatti su di esso che si applicano le prime strategie volte al risparmio energetico per “the Cube”. Si tratta di un sistema stratificato, realizzato con pannelli prefabbricati in calcestruzzo leggero sulla faccia esterna, doppie lastre di vetro in intercapedine e pannelli in MDF all’interno.

Il pannello vetrato intermedio, grazie al suo ridotto valore di conducibilità, permette di abbattere i valori di trasmittanza termica dell’involucro. Al contempo la superficie risulta traforata in modo discontinuo mediante un disegno geometrico che fa penetrare la luce naturale all’interno dell’edificio.

Infine una nota va riservata alla distribuzione spaziale imperniata sullo spazio a doppia altezza su cui si affacciano balconi e ballatoi ma che, perseguendo quell’armonia fra tecnologia ed etica di cui il gruppo si fa promotore, favorisce anche la ventilazione naturale innescando un effetto camino.

FILOSOFIA DI PROGETTAZIONE
TheeAe è l’acronimo di “the evolved architecture eclectic”. Fondato nel 2010, lo studio – composto da Chris WH Cho., Bong-gi Choi e Yeung-gul Lee – stabilisce fin da subito che l’intento prioritario dei loro progetti debba essere far vivere bene le persone ed esprimere con chiarezza il significato intrinseco di ogni progetto. La loro filosofia sembra basarsi su una ricerca di armonia ed equilibrio fra istanze tecnologiche ed etica volta al miglioramento degli spazi abitati: “the boundaries I have in mind are not only physical boundaries -buildings, streets, rooms, walls, bridges, etc. but emotional boundaries as well”.

Pur muovendo una critica all’architettura convenzionale, il gruppo di progettazione crede nel ruolo dell’architettura come costruttrice di spazi migliori. E, con una certa modestia, aggiunge “always, we are trying to do the right thing and make something that is good, but no one knows really and definitively what it means to be really right or good”.

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