Parma, blitz anti-Ogm davanti a sede Efsa. Scontri tra polizia e manifestanti

Un centinaio di attivisti della coalizione centri sociali dell’Emilia Romagna, Marche e nord est Italia ha occupato la sede dell’Efsa a Parma per protestare contro l’introduzione in Italia delle sementi geneticamente modificate. Vestiti con tute bianche e cappucci, i manifestanti hanno fatto irruzione nella sede dell’Autorità …

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Carnevale in Rocca a Fontanellato con specialità gastronomiche

Domenica 2 marzo 2014 a Fontanellato, in provincia di Parma: ballo in maschera, il Mercato di Arlecchino, con una ricca varietà di banchi con specialità gastronomiche e anche proposte moda e artigianato artistico, e animazioni per i più piccoli. La Rocca di Fontanellato, castello di origine medievale nella provincia di Parma, farà …

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e-QBO. La scommessa italiana al World Future Summit

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Si è tenuto dal 20 al 22 gennaio ad Abu Dhabi il vertice mondiale dedicato alle energie rinnovabili, il World Future Summit. L’Italia è stata rappresentata da una delegazione di imprese guidate dal Gestore dei Sevizi Energetici alla ricerca di investimenti negli Emirati Arabi nel settore delle energie rinnovabili. Al forum è stato presentato il progetto e-QBO ideato dall’architetto e designer

Romolo Stanco.

 Rinnovabili: l’inserimento delle fonti pulite nel paesaggio

Stand, spazio espositivo e oggetto di design, il progetto italiano e-QBO presentato al World Future Summit si presta a molti usi, ma è nato con un solo scopo: produrre energia pulita.

 MERCATO ARABO
In un periodo che vede la contrazione, a livello nazionale, degli incentivi sulle fonti energetiche rinnovabili con conseguente perdita di posti di lavoro, circa ottomila negli ultimi due anni, il mercato arabo sembra offrire notevoli opportunità dettate dalla volontà di questi Paesi di inserirsi prepotentemente nel settore energetico da fonte non fossile con incentivi ed investimenti mirati allo sviluppo di tecnologie ad hoc

Gli Emirati Arabi hanno fatto, infatti, una scelta strategica scegliendo di costruire una piattaforma dedicata alle fonti energetiche rinnovabili. Lo sviluppo dell’industria legata a questo settore è favorito da un periodo di crescita e dal forte interesse sia del settore pubblico che di quello privato. I Paesi del Golfo sono all’inizio del processo di sviluppo delle rinnovabili e, pertanto, hanno un forte bisogno di acquisire competenze e supporto tecnico da Paesi che hanno un’esperienza pregressa. 

La concorrenza internazionale è molto forte, ma senza dubbio è un’occasione che un Paese come l’Italia non può lasciarsi sfuggire per puntare su una grossa fetta di mercato e di commercio in tutta l’area mediorientale.

 IL PROGETTO
L’e-QBO è un progetto tipicamente made in Italy che mette insieme architettura, design, ricerca ed innovazione. Come spiega l’arch. Romolo Stanco: “è un oggetto urbano che può produrre energia in modo continuativo ed allo stesso tempo è flessibile perché è un oggetto architettonico”.

È un’idea che nasce nel 2011 dalla collaborazione di un gruppo di lavoro formato dalla società RSE del gruppo Gestore Servizi Energetici, dall’associazione Smart Design for Smart Cities e dalla start up T.Red e dallo studio Stanco.

Rappresenta un’idea bella, efficiente e funzionale che in qualche modo rappresenta la città del futuro, fatta di elementi costruttivi ed architettonici “intelligenti” ed autosufficienti dal punto di vista energetico. Può essere considerato il primo approccio verso una città sempre più smart, non solo dal punto di vista energetico, ma anche dal punto di vista estetico.

e-QBO è una struttura cubica modulare capace di accumulare energia grazie alla presenza di pannelli fotovoltaici ed è in grado di rilasciarla per servizi ed utenti di ogni genere. È sostanzialmente un cubo di 5 metri di lato, duttile e polifunzionale che è in grado di produrre circa 50 kWh al giorno, l’equivalente del fabbisogno di tre famiglie medie. L’energia accumulata dai pannelli solari integrati nelle vetrate che delineano la struttura viene stoccata e dunque può essere utilizzata anche di notte.

 SVILUPPI FUTURI
e-QBO è identificabile fin da subito come elemento smart per forma, colore e illuminazione. È un elemento strutturale che non ha bisogno di grandi lavorazioni per essere messo in opera, basta, infatti, semplicemente appoggiarlo al terreno. Ha la capacità di ospitare al suo interno mostre, eventi, incontri, bar o altro.

È già stato installato in diverse parti d’Italia, come temporary shop o come punto d’attrazione turistico attrezzato, ma è una soluzione che può essere replicata con successo anche nel mercato arabo; grazie, infatti, alla sua facilità di trasporto, montaggio ed autosufficienza si presta benissimo ad essere utilizzato in territori difficili ed estremi come quelli desertici.

È una sfida interessante ed un’affascinante scommessa per cercare di “conquistare” un territorio che, ad oggi, risulta essere un traino per l’economia di molti Paesi; ma è anche un prototipo da sviluppare ed implementare auspicando una sua capillare diffusione anche su tutto il territorio nazionale. È un oggetto smart ed autosufficiente che può realmente essere utilizzato in vari modi ed alla portata di tutti, che può aiutarci a rendere la nostra vita urbana un po’ meno energivora e più sostenibile con, allo stesso tempo, un tocco di design e di stile italiano.

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Greenwashing. Come difendersi dal falso sostenibile in architettura

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Oggigiorno, in Italia e nel mondo, vi sono parecchie false informazioni riferibili al contesto dell’Architettura Sostenibile: questi fenomeni sono definiti con un termine che è “greenwashing”.

 DA COSA DERIVA IL TERMINE?
Il termine pare risalga al 1986, ad opera dall’ambientalista Jay Westerveld, che ironicamente – se pure in maniera critica – osservava la pratica di molti hotel statunitensi che incoraggiavano gli ospiti a riutilizzare gli asciugamani come uno sforzo per aiutare l’ambiente.L’obiettivo principale era attivare una strategia per inculcare nel pubblico l’idea che quelle attività perseguissero l’obbiettivo del risparmio energetico, mentre in realtà tutto era calcolato per un risparmio economico sulle spese di lavanderia.

Il termine però avrebbe anche una seconda derivazione, quella dall’anglosassone, “whitewashing”, usata per trattare argomenti legati al mondo della politica e che allude a “un tentativo deliberato e organizzato di nascondere fatti negativi, come scandali o crimini, omettendoli o negandoli. In altre parole un sinonimo di insabbiamento” (fonte: Regione Emilia Romagna)

Secondo la fonte Wikipedia in sintesi: “Greenwashing è un neologismo indicante l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste da parte di aziende, industrie, entità politiche o organizzazioni, studi professionali finalizzata alla creazione di un’immagine positiva di proprie attività (o progetti e prodotti) o di un’immagine mistificatoria per distogliere l’attenzione da proprie responsabilità nei confronti di impatti ambientali negativi.Il termine è una sincrasi delle parole inglesi green (verde, colore dell’ambientalismo) e washing (lavare) e potrebbe essere tradotto con lavare col verde o, più ironicamente, con il verde lava più bianco”.

 SMASCHERARE I FENOMENI DI GREENWASHING
Nel mondo dell’edilizia, a livello dei progettisti, dei produttori di materiali e componenti costruttivi è stimolante vedere tante nuove costruzioni definite eco-consapevoli/eco-sostenibili/eco-compatibili, tuttavia bisogna prestare attenzione poiché ciò che appare green  può svelare tutta un’altra realtà quando si valutano e si analizzano le concrete caratteristiche dell’edificio.

Di manifestazioni di greenwashing ormai ve ne sono tantissime e abbracciano un po’ tutti gli aspetti della sostenibilità, compresa quella architettonica. Accade quando un ente pubblico o una società, ma anche un professionista privato, finge di occuparsi dell’ambiente al fine di nascondere attività che, al contrario, sono fortemente impattanti, e lo fa con azioni che al pubblico appaiono ineccepibili.

A tal proposito, esiste in rete un sito curato da Greenpeace, Stop Green Wash che aiuta a smascherare i vari fenomeni di greenwashing ed è utile da consultare, anche se in inglese.

 ALCUNI ESEMPI DI FALSI MITI DELL’ARCHITETTURA SOSTENIBILE
A livello mondiale abbiamo tanti esempi di greenwashing sono tanti. Ne abbiamo scelti alcuni giusto per dare un’idea della portata che può avere un fenomeno come questo.
Di ritocco, o qualcosa molto simile, si può parlare nel caso di alcuni progetti di grattacieli tra New York (Tishman Speyer’s Hudson Yards) e Los Angeles (Wilshire Project). 

Nicolai Ouroussoff, critico d’architettura del New York Times, ha descritto il metodo a dir poco persuasivo di come il disegno architettonico abbia raggirato l’opinione pubblica per ottenere dei permessi di costruzione: osservando i modelli 3D con cui i promotori immobiliari hanno presentato questi colossali, interventi si capisce come sia stata data una visione ingannevole della loro reale portata volta ad ottenere un consenso altrimenti mai ottenibile.

Ad Ottobre dello scorso anno, a Milano, si è tenuto il 1° Forum della Sostenibilità durante il quale si è  tentato di dare una risposta al greenwashing riunendo, aziende, top manager, professionisti della comunicazione, imprenditori etc… Si è constatato come il greenwashing stia prendendo piede in Italia, a cominciare dalle industrie alimentari e la P.A.

Citiamo a mo’ di esempio alcuni casi eclatanti che hanno coinvolto il mondo dell’Architettura e dell’edilizia del nostro paese.
Una nota azienda italiana produttrice di porte in legno, ha pubblicamente dichiarato il proprio obbiettivo di “rispetto della natura, prodotti naturali, ecologia, etica, e altro”; peccato che guardando con attenzione al suo ciclo produttivo nonché ai prodotti utilizzati ci si accorga che non c’è riutilizzo degli scarti di legno e di segatura per produrre energia, non esista alcun sistema di recupero di energia rinnovabile per far funzionare l’enorme complesso industriale, ma soprattutto si utilizzino legni dell’Amazzonia e non quelli soggetti al taglio periodico controllato; inoltre pare che nei prodotti multistrato vengano impiegate resine tossiche.

Se si passa poi dai componenti agli edifici, nonché agli interi complessi urbani, si scopre come il greenwashing coinvolga anche il mondo delle Archistar, che se ne servono o sono esse lo stesso mezzo mediatico, per promuovere qualcosa che è solo apparentemente eco e sostenibile.

Al momento è in fase di realizzazione un enorme grattacielo dall’altezza record dichiarato ecoefficiente. L’edificio in questione è stato ritenuto tuttavia terribilmente energivoro, ovvero tipico esempio di “edificio-colabrodo-termico” in inverno, e “serra-sotto-il-sole” in estate

Le scelte impiantistiche sono avanzate ed efficienti secondo quanto dichiarato dai suoi committenti ed esecutori ma questo non toglie che l’impiantistica sia stata dimensionata necessariamente per coprire le spaventose perdite e dispersioni dell’edificio stesso, sponsorizzato da una nota  multinazionale e utilizzato come mezzo mediatico di propaganda in vista dell’Expo 2015.

Anche i complessi industriali non sono da meno: è il caso della realizzazione della ciminiera di un termovalorizzatore, che già di per sé non è da ritenersi “eco” e che ha raccolto consensi per la sua realizzazione solo grazie al fatto di essere dipinto di azzurro e quindi apparentemente integrata con il cielo verso cui si staglia!
E quando il marketing non è sufficiente a raccogliere consensi, le aziende e le industrie ricorrono al ricatto occupazionale per poter ampliare stabilimenti e quant’altro.

È fondamentale impostare il discorso del costruito, del territorio e dell’urbano su altre premesse: l’LCA dei materiali, il riciclo ed il riuso dei componenti, il consumo di suolo, la mobilità, le infrastrutture, i servizi sociali, l’accesso ai servizi e il bilancio costi-benefici.
Non basta fermarsi alla propaganda ma occorre vedere in concreto quanto ciò che si realizza incida secondo le premesse e non vada a confliggere con altri aspetti.

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L’artista degli animali metallici realizzati con i rottami

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Insetti, pesci, volatili, ecco alcuni esempi dei lavori realizzati dall’artista francese Eduard Martinet, capace di trasformare i rottami e gli scarti ferrosi in arte. Martinet, infatti, utilizza come materia prima per le sue sculture parti di macchine, biciclette, macchine da scrivere, forcine per capelli, pezzi di antenne, torce elettriche, fari, vecchie posate, insomma tutti oggetti e rifiuti trovati nei mercatini delle pulci e nelle discariche. Ogni

testa, gamba, ala, torace, occhio, branchia di queste sculture nasce dall’unione certosina di tanti piccoli elementi ferrosi.

Arte dai rifiuti: le ombre di Noble e Webster

Ciò che rende il lavoro di Martinet ancora più affascinante, oltre all’incredibile cura dei dettagli e verosimiglianza delle sue opere, è la tecnica con cui dà vita a queste riproduzioni. Diversamente da altri artisti, infatti, non utilizza la saldatura, ma ciascun pezzo è assemblato meccanicamente, avvitando ed incastrando perfettamente ogni piccolo componente.

La passione di Edouard Martinet per il mondo animale, e in particolare per gli insetti, ha radici profonde. Nato a Le Mans, in Francia nel 1963, grazie ad uno dei suoi insegnanti, a dieci anni inizia ad appassionarsi al mondo degli insetti.

Anche la passione per il riciclo inizia fin da giovanissimo, e lo spinge a raccogliere rottami qua e là, inizialmente per realizzare piccoli giocattoli. L’interesse per gli insetti e il riciclaggio vanno di pari passo, e nel 1990 da un cumulo di ferrivecchi di biciclette, Martinet dà vita al suo primo insetto metallico: una zanzara. Da quel giorno in poi il bestiario meccanico continua ad allargarsi.

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Grazie alla sua formazione artistica, Martinet è professore d’arte a Rennes, riesce a donare una luce artistica ed elegante alle proprie riproduzioni, raggiunta anche grazie alla cura nella scelta dei cromatismi. Nell’intenzione dell’artista, infatti, tutti gli animali devono vivere, dare un’impressione di movimento, pronti a spiccare il volo. Così la vespa è rappresentata mentre scivola dentro un bicchiere, il ragno mentre costruisce la tela e la mantide religiosa mentre sta per sferrare il suo attacco.

Ancora una volta, quindi, la dimostrazione che i rifiuti, se visti sotto una nuova luce, possono diventare una risorsa, anzi, addirittura arte.
Immagini | Edouard Martinet

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Design for the other 90%: la mostra che ha migliorato la vita di 10 milioni di persone

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C’è un design di cui si parla poco e che fa dell’utilità la sua vera missione. Si tratta del design rivolto ai paesi più poveri e in via di sviluppo, attraverso oggetti che cercano di risolvere in modo ingegnoso ed economico i veri bisogni delle popolazioni più in difficoltà. Sono questi gli oggetti che popolano la mostra “Design for the other 90%”, piccole invenzioni per portare acqua dove non c’è una fonte, illuminare case e

strade di villaggi senza elettricità e migliorare la vita di chi è meno fortunato.

 17 iniziative per contrastare i cambiamenti climatici premiate dall’ONU

 GRANDI PROBLEMI, PICCOLE SOLUZIONI
Avere a disposizione acqua potabile, corrente elettrica, quaderni per la scuola, sembra qualcosa di assolutamente ovvio.
Purtroppo però, in moltissimi paesi del mondo, non è così, acqua, luce e servizi per noi ordinari mancano totalmente. È proprio qui che l’ingegno dei designer entra in scena proponendo soluzioni economiche per risolvere, o quantomeno agevolare, l’accesso alle risorse primarie.

Risale al 2007 la mostra “Design for the other 90%” presso il Cooper-Hewitt National Design Museum di New York, dove il termine “90%” rappresenta la percentuale di popolazione che all’epoca non aveva accesso diretto alle risorse principali.

Sovvenzionate dallo psichiatra Paul Polak, fondatore dell’IDE (International Development Enterprise), le creazioni esposte hanno già migliorato la qualità della vita di circa dieci milioni di persone.

Si tratta di oggetti di uso comune reinventati e progettati secondo le esigenze delle popolazioni più povere per renderli funzionali e accessibili.

Le opere vanno dal frigorifero di coccio alla ruota porta acqua, alle pompe di irrigazione a pedali, costruite con il bambù, alle borse di stoffa con panelli fotovoltaici.

Oltre a soddisfare le esigenze più comuni, alcuni di questi oggetti sono veri e propri strumenti di lavoro, che consentono alla popolazione non solo di sopravvivere, ma di produrre più di quanto necessario creando così un mercato dinamico e proficuo.

 SEMPLICEMENTE UTILI
Bambù Tradle Pumps
Utilizzato principalmente in Nepal, Bangladesh e India, questo ingegnoso sistema in bambù facilita la raccolta dell’acqua nelle stagioni più secche. Il funzionamento è quello delle pompe a motore ma con un costo nettamente inferiore.

 
La pompa di aspirazione è costituita da due cilindri di metallo azionati dai piedi che si muovono sui pedali. La semplicità della struttura e la reperibilità del materiale fa sì che il prodotto sia facilmente riproducibile dalle aziende locali.

CellBag
Questa pratica borsa ha come scopo principale quello di facilitare il trasporto dell’acqua, durante viaggi spesso molto lunghi e faticosi.

Diffusa soprattutto in Africa e disegnata dal designer Mathieu Lehanneur, la CellBag si ispira al modo in cui le cellule trasportano acqua e sostanze nutritive. Consiste in una tanica da 1L che si può comodamente indossare come una borsa, è igienica e pratica. È disponibile anche nella versione “urbana”, adatta a chi fa sport, e i ricavati delle vendite andranno a finanziare progetti umanitari in Africa.

Little Sun
Questa piccola e colorata lampada cerca di portare un pò di luce a chi vive nel buio a causa della totale assenza di corrente elettrica. Bastano 5 ore di esposizione al sole per avere 10 ore di luce più soft o 4 ore di luce intensa.

La lampada è facilmente trasportabile, di colore giallo e con una forma che ricorda quella del sole e il segreto del suo funzionamento è sul retro, un piccolo pannello fotovoltaico che cattura i raggi solari per restituirli in luce. 

Foroba Yelen
Il nome è stato scelto dal popolo del Mali e significa “luce collettiva”.
Nato da un progetto di illuminazione rurale, destinato ai territori africani, Foroba Yelen è un lampione trasportabile, dotato di batterie solari e di una ruota che ne consente il semplice movimento anche sui sentieri più impervi.

Il lampione è concepito per essere facilmente trasportato da donne e bambini e per essere utilizzato ovunque, per il lavoro e per la scuola.
Un progetto semplice ed utile che nel 2012 si è aggiudicato il City to City Barcelona FAD Award. 

Questi e molti altri sono i progetti destinati al Terzo mondo, oggetti che spesso, con disarmante semplicità, riescono a ridare speranza e un aiuto concreto a chi ne ha più bisogno.
Uno spunto per riflettere sul ruolo del design e sulla sua utilità, e ritrovare nelle situazioni più difficili nuovi stimoli e nuove sfide!

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Ricaricare le auto elettriche da fonti rinnovabili: il progetto di una start-up italiana

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La lancetta del carburante che precipita inesorabilmente verso il basso, la spia che si accende, la paura di non riuscire a raggiungere la prima stazione di servizio. Sensazioni poco piacevoli, ben note non solo ai più comuni autisti delle classiche auto a benzina, ma, e soprattutto, a quelli delle auto elettriche, costretti, dalla carenza di clonnine sul territorio nazionale, a percorrere centinaia di chilometri prima di poter

fare rifornimento. E trovata la stazione di ricarica, si ritrovano ad attendere ore per un pieno!
La soluzione al problema viene da Oil&Sun, una giovane start-up italiana convinta che la mobilità elettrica debba essere valorizzata in quanto concreto ed enorme vantaggio per il territorio e la gente che lo vive.

 COME SI RICARICA UN’AUTO ELETTRICA OGGI
La norma CEI EN 61851-1:2012-05(CEI 69-7) indica diverse modalità di ricarica dei veicoli elettrici, dividendole in 4 modalità, Modo 1 e 2 con ricarica lenta (8 ore e più) per gliambienti domestici, Modo 3 e 4  per la ricarica veloce,  fino a 10 minuti, per gli ambienti pubblici. L’idea di una lunga attesa per la ricarica elettrica non è di certo allettante. Eppure in Europa, precisamente in Francia, il primo erogatore in grado di effettuare un pieno in “soli” 30 minuti, è stato installato solo nel 2012.

 RICARICARE UN’AUTO ELETTRICA NEL MONDO
I dati del 2013 però sono confortanti: CHAdeMO (associazione costituita da Toyota, Nissan, Mitsubishi, Subaru e Tepco con la missione di promuovere lo sviluppo delle auto elettriche attraverso la diffusione di stazioni di ricarica veloce) ha registrato infatti circa 2500 erogatori ad alta velocità nel mondo, di cui oltre la metà in Giappone e circa il 30% in Europa.
Interessanti novità provengono anche dagli Stati Uniti dove lungo le 1300 miglia della Interstate 5, l’autostrada che collega Canada, California e Oregon, verranno installate delle stazioni di ricarica veloce ogni 25 miglia (l’equivalente di circa 40 chilometri).

 IMPLEMENTARE LA RETE NON BASTA
Sebbene si stia puntando sull’implementazione della rete infrastrutturale, gli interventi volti a facilitare la vita di chi vorrebbe avere un’auto elettrica, sono stati finora limitati all’installazione di colonnine di ricarica con prelievo diretto dalla rete elettrica, quindi senza reali vantaggi rispetto all’attuale bilancio ambientale complessivo.

LA SOLUZIONE DI OIL&SUN
Oil&Sun, con esperienza pluriennale nel settore delle energie rinnovabili e nella progettazione di impianti stradali di distribuzione carburanti, proprietaria di un progetto in patent pending, si propone di progettare e realizzare una rete di stazioni di ricarica elettriche alimentate da fonti rinnovabili e collocate all’interno delle stazioni di servizio. In questo modo non solo l’energia prodotta servirà a ricaricare i veicoli elettrici, ma quella in eccesso potrà coprire i consumi della stazione di servizio e, se ancora abbondante, essere riversata nella rete elettrica nazionale.

LITRI & KILOWATTAuto elettriche e a benzina faranno il pieno una accanto all’altra e, si spera in un futuro non troppo lontano, impiegando lo stesso tempo. Oil&Sun sta infatti lavorando su delle soluzioni che consentano ai veicoli elettrici di ricaricarsi, con energia pulita prodotta sul posto, in meno di 30 minuti,tempo impiegabile piacevolmente per rifocillarsi, inviare una mail o fare shopping nel market/ristorante facente parte integrante ed imprescindibile dell’impianto.

Un cambio di batteria è forse anche più rapido di un pieno! Oil&Sun agli automobilisti  arrivati al distributore con la batteria scarica permette di averne in cambio una carica. La stessa stazione di servizio si occuperà di ricaricare la batteria per la prossima auto elettrica bisognosa di un pieno.
Non si può fermare un’idea quando è arrivato il suo momento, e questo è il momento di OIL&SUN.
Saremo a OIL&NONOIL a Verona dal 27 al 29 Maggio 2014.

Oil&Sun
Phev Service Station
Lungotevere dei Mellini,44 -00193 Roma (RM)
PEC: oilsun@legalmail.it
tel.+393394595764 

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