Uffici nell’ex fabbrica siderurgica: sperimentazioni di riuso urbano

Scritto da Lucia Terenziani

Venerdì 21 Febbraio 2014 07:09

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Lo studio Ettore Hoogstad Architecten (EHA) ha sviluppato un interessante progetto per uno spazio ufficio all’interno di un ex impianto siderurgico. L’impresa olandese di ingegneria IMd, che ha collaborato in altri progetti con EHA, ha commissionato allo studio di architetti la riqualificazione funzionale di una fabbrica con un’imponente struttura in acciaio sul lato del fiume Maas, a Rotterdam, cogliendo l’opportunità di intervenire

con un progetto di riuso urbano e immaginare un futuro diverso per un manufatto esistente dismesso.

Conversione sostenibile di una vecchia fabbrica. Recupero green nel catanese

Riciclare invece di ricostruire” è stato il filo conduttore dello studio dei progettisti, che hanno mantenuto il “guscio” dell’ex fabbrica, creando all’interno padiglioni contenenti uffici su due piani che dialogano tramite ponti pedonali, scale e passerelle.

I lucernari che sovrastano l’edificio illuminano zenitalmente le parti comuni e i luoghi di lavoro; grandi finestre sono state installate per sfruttare la vista sul fiume.
Lo spazio è concepito in modo da facilitare chi lavora a riunirsi in aule, organizzando lo spazio planimetricamente in modo da facilitare il continuo confronto fra gli utenti, anche girovagando negli spazi di passaggio.

Il colore giallo e i rivestimenti in plastica satinata sono stati scelti per vivacizzare un ambiente che ha trasformato le sue caratteristiche per adattarsi ad uno stile lavorativo diverso da quello per cui l’edificio è nato.

La struttura era già costruita: il guscio in acciaio, il pavimento in cemento e la facciata. La sfida per rendere fruibile nella nostra epoca questo tipo di locali ha previsto un approccio che tenesse conto della sostenibilità dei materiali e una scelta degli arredi minimali adatti ad uso ufficio.

Questo intervento di riuso coniuga esigenze di riqualificazione di un edificio e le esigenze di operatività di un team, sperimentando un nuovo modo di intendere il luogo di lavoro.
Nel novembre 2012 il progetto è stato nominato il Mies Van Der Rohe Award 2013, premio assegnato ogni due anni al miglior progetto architettonico nell’Unione Europea.
Foto | © Petra Appelhof

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Design for the other 90%: la mostra che ha migliorato la vita di 10 milioni di persone

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C’è un design di cui si parla poco e che fa dell’utilità la sua vera missione. Si tratta del design rivolto ai paesi più poveri e in via di sviluppo, attraverso oggetti che cercano di risolvere in modo ingegnoso ed economico i veri bisogni delle popolazioni più in difficoltà. Sono questi gli oggetti che popolano la mostra “Design for the other 90%”, piccole invenzioni per portare acqua dove non c’è una fonte, illuminare case e

strade di villaggi senza elettricità e migliorare la vita di chi è meno fortunato.

 17 iniziative per contrastare i cambiamenti climatici premiate dall’ONU

 GRANDI PROBLEMI, PICCOLE SOLUZIONI
Avere a disposizione acqua potabile, corrente elettrica, quaderni per la scuola, sembra qualcosa di assolutamente ovvio.
Purtroppo però, in moltissimi paesi del mondo, non è così, acqua, luce e servizi per noi ordinari mancano totalmente. È proprio qui che l’ingegno dei designer entra in scena proponendo soluzioni economiche per risolvere, o quantomeno agevolare, l’accesso alle risorse primarie.

Risale al 2007 la mostra “Design for the other 90%” presso il Cooper-Hewitt National Design Museum di New York, dove il termine “90%” rappresenta la percentuale di popolazione che all’epoca non aveva accesso diretto alle risorse principali.

Sovvenzionate dallo psichiatra Paul Polak, fondatore dell’IDE (International Development Enterprise), le creazioni esposte hanno già migliorato la qualità della vita di circa dieci milioni di persone.

Si tratta di oggetti di uso comune reinventati e progettati secondo le esigenze delle popolazioni più povere per renderli funzionali e accessibili.

Le opere vanno dal frigorifero di coccio alla ruota porta acqua, alle pompe di irrigazione a pedali, costruite con il bambù, alle borse di stoffa con panelli fotovoltaici.

Oltre a soddisfare le esigenze più comuni, alcuni di questi oggetti sono veri e propri strumenti di lavoro, che consentono alla popolazione non solo di sopravvivere, ma di produrre più di quanto necessario creando così un mercato dinamico e proficuo.

 SEMPLICEMENTE UTILI
Bambù Tradle Pumps
Utilizzato principalmente in Nepal, Bangladesh e India, questo ingegnoso sistema in bambù facilita la raccolta dell’acqua nelle stagioni più secche. Il funzionamento è quello delle pompe a motore ma con un costo nettamente inferiore.

 
La pompa di aspirazione è costituita da due cilindri di metallo azionati dai piedi che si muovono sui pedali. La semplicità della struttura e la reperibilità del materiale fa sì che il prodotto sia facilmente riproducibile dalle aziende locali.

CellBag
Questa pratica borsa ha come scopo principale quello di facilitare il trasporto dell’acqua, durante viaggi spesso molto lunghi e faticosi.

Diffusa soprattutto in Africa e disegnata dal designer Mathieu Lehanneur, la CellBag si ispira al modo in cui le cellule trasportano acqua e sostanze nutritive. Consiste in una tanica da 1L che si può comodamente indossare come una borsa, è igienica e pratica. È disponibile anche nella versione “urbana”, adatta a chi fa sport, e i ricavati delle vendite andranno a finanziare progetti umanitari in Africa.

Little Sun
Questa piccola e colorata lampada cerca di portare un pò di luce a chi vive nel buio a causa della totale assenza di corrente elettrica. Bastano 5 ore di esposizione al sole per avere 10 ore di luce più soft o 4 ore di luce intensa.

La lampada è facilmente trasportabile, di colore giallo e con una forma che ricorda quella del sole e il segreto del suo funzionamento è sul retro, un piccolo pannello fotovoltaico che cattura i raggi solari per restituirli in luce. 

Foroba Yelen
Il nome è stato scelto dal popolo del Mali e significa “luce collettiva”.
Nato da un progetto di illuminazione rurale, destinato ai territori africani, Foroba Yelen è un lampione trasportabile, dotato di batterie solari e di una ruota che ne consente il semplice movimento anche sui sentieri più impervi.

Il lampione è concepito per essere facilmente trasportato da donne e bambini e per essere utilizzato ovunque, per il lavoro e per la scuola.
Un progetto semplice ed utile che nel 2012 si è aggiudicato il City to City Barcelona FAD Award. 

Questi e molti altri sono i progetti destinati al Terzo mondo, oggetti che spesso, con disarmante semplicità, riescono a ridare speranza e un aiuto concreto a chi ne ha più bisogno.
Uno spunto per riflettere sul ruolo del design e sulla sua utilità, e ritrovare nelle situazioni più difficili nuovi stimoli e nuove sfide!

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Progettisti, artigiani e maestranze uniti per la tradizione indiana

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Esemplare illuminante di un’architettura intesa come pratica collettiva e in cui arte e tecnica si nutrono l’una dell’altra, Palmyra House è un edificio che appartiene al territorio, nel senso sostenibile del termine. Grazie alla maestria degli artigiani locali, che hanno lavorato in sinergia con i progettisti dello studio Mumbai Architects, il legno locale è il protagonista assoluto di questa speciale fabbrica. Le tecniche costruttive della tradizione

esaltano il fascino del dettaglio in un’opera, esempio di un fare architettura che si discosta fortemente dal mood autoreferenziale cui le archistar ci abituano ormai da troppo tempo.

Wall house: tradizione e modernità nella casa indiana in terracotta

Abilità artistiche e competenze tecniche dell’India si accostano tra loro in una metodologia di lavoro che affonda le sue radici nei primordi dell’Architettura: progettisti, artigiani e maestranze creano uno stretto rapporto tra ideazione e costruzione, in un vero e proprio laboratorio progettuale modernamente inteso.

La casa-rifugio indiana si apre verso ovest, cioè verso la spiaggia, lungo il litorale meridionale di Mumbai, sul Mare Arabico. Inserito in una foresta di palme da cocco che schermano il sole e lo lasciano filtrare sottilmente, il complesso è composto da due volumi parallelepipedi.
Lo spazio che li separa è occupato da una vasca d’acqua che funge da piscina e che assume la funzione di elemento di regolazione del microclima. La stessa è stata creata grazie a un articolato sistema di pozzi artesiani e condutture di acqua preesistente.

I materiali impiegati sono quelli della tradizione locale. Strutture in legno duro, intelaiature in legno di palma per il rivestimento deidue volumi.
La pelle degli edifici consiste dunque in un sistema di pannellature fisse e apribili che schermano la luce evitando il surriscaldamento, e assicurano agli edifici un costante rapporto di permeabilità alle correnti d’aria e con l’esterno. In definitiva si tratta di una grande texture in legno continua, interrotta solo da pochi grandi vuoti.

Il piano superiore ospita camere e servizi, al piano inferiore spazi collettivi, aree soggiorno, cucina, una grande sala da pranzo, servizi e una camera, si articolano in open space attentamente distribuiti. Verso nord, le facciate vetrate sono lasciate prive di schermature per consentire alla luce naturale di illuminare le zone più buie. I corpi scala e i blocchi dei servizi sono in muratura, ma ancora una volta il legno primeggia incontrastato grazie alle raffinate tecniche di carpenteria locale che impreziosiscono le pedate delle scale.

L’attenzione posta alla valorizzazione delle risorse locali e la capacità di tradurre in linguaggio contemporaneo l’uso sapiente dei materiali della tradizione indiana, sono le ragioni per cui l’Aga Kahn Foudation ha insignito il progetto del prestigioso riconoscimento Aga Kahn Architecture Award.

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Case pieghevoli in bambù: un rifugio temporaneo come un origami

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A seguito del terremoto di magnitudo 7,9 che ha colpito la Cina centrale nel maggio 2008, il Governo Cinese ha dovuto provvedere alla creazione di 1,5 milioni di abitazioni temporanee. Da questo tragico evento, che ha provocato la morte di oltre 69 mila persone, l’architetto Ming Tang ha tratto spunto per l’ideazione delle Folding Bambù Houses, e cioè, letteralmente, case in bambù pieghevoli come origami, seguendo

le disposizioni ufficiali che hanno dettato la progettazione un rifugio temporaneo che potesse essere di facile produzione, resistente alle condizioni esterne, poco costoso e rispettoso dell’ambiente.

 Rifugio temporaneo in bambù: la tenda da costruire in caso di emergenze

Dall’estetica ispirata all’antica e nobile arte degli origami, il rifugio presenta una leggera struttura in pali di bambù che, allo stesso tempo, assicura rigidezza e duttilità a tutto il complesso. Le case pieghevoli sono destinate a fungere da ricoveri temporanei in caso di terremoti, di tsunami o di qualsiasi altra calamità naturale.

I concetti di dinamismo e trasportabilità, perciò, sono fondamentali in un progetto del genere e, pertanto, il materiale che meglio risponde a questo tipo di esigenze, oltre a quelle della sostenibilità ambientale, è proprio il bambù.
Elemento naturale estremamente versatile e resistente, viene utilizzato in molteplici campi: dal foraggio per gli animali alla fibra per tessuti e, non in ultimo, come materiale da costruzione

In Europa si sta diffondendo molto velocemente anche come sostituto del legno. Oltre ad essere di agevole reperibilità e di semplice riproducibilità, regala resistenza, flessibilità, adattabilità e leggerezza alle strutture. Le infinite forme che queste tipologie di case possono assumere offrono valide risposte alle esigenze del contesto e alla topografia del terreno su cui sono collocate, producendo visuali e scenari sempre diversi tra loro.

Alla fine del montaggio la copertura viene realizzata con uno strato di carta riciclata pre e post consumo. La carta pre-consumo deriva direttamente dal riciclo dei prodotti di scarto delle lavorazioni industriali, mentre quella post-consumo proviene, ovviamente, dal riutilizzo dei residui che si ottengono dopo l’impiego dei prodotti.

La Folding Bambù House è stata premiata dall’importante concorso Re:Construction Award, sponsorizzato dall’UrbanRe:Vision di San Francisco; un progetto d’avanguardia che si propone di modificare il territorio urbano ridefinendo completamente il concetto stesso di città in tutti i suoi campi.

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Quando l’architettura si mescola al paesaggio: l’edificio nascosto dalla vegetazione

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CEAaCLAVELES è un progetto residenziale ed alberghiero sviluppato dallo studio Longo + Roldán Arquitectos insieme all’artista Emma Fernandez Granada, ma bisogna guardare con attenzione per riuscire a trovarlo, perché l’edificio è nascosto sotto un tetto di vegetazione. Vincitore di Asturias Award for Architecture 2012, il progetto nasce dalla ricerca di conservare la permanenza di elementi del paesaggio su cui agire attraverso

una architettura simbiotica con l’ambiente e legata alle caratteristiche della zona.

Edifici nascosti: la Edgelond House per vivere ai ritmi della natura

Il piccolo edificio si estende su un terreno di circa 8000 metri quadrati, situato a La Pereda, a Llanes, nelle Asturie. Si tratta di un ambiente naturale privilegiato costituito dal paesaggio della costa orientale della Sierra del Cuera protetta, parallela al mare, con una natura prevalentemente carsica, con numerose e lievi pendenze.

Per ridurre l’impatto ambientale, l’architettura è adattata alla particolare topografia, per ricreare una collina simile a quelle già esistenti, ed è concepita come un volume organico il cui spazio interno è proiettato in relazione alla vegetazione circostante e aperto alle foreste intorno: il paesaggio penetra attraverso l’involucro di vetro di questo volume.

La struttura è un unico corpo contenitore, definito da una lastra di calcestruzzo, curva a forma di elica, che supporta il giardino pensile che permette di definire il progetto come integrazione del paesaggio. Destinato ad essere utilizzato come area di impianto, il giardino sul tetto funge da estensione naturale del terreno, permettendo di recuperare quella superficie. Un muro portante, con curvi profili verticali in alluminio, separa gli spazi della residenza privata dall’hotel.

L’obiettivo del progetto è fornire ai viaggiatori un turismo alternativo che cerca di promuovere la comprensione dell’ambiente naturale e la sua conservazione, basata sullo sviluppo del turismo sostenibile ed incentrato sul rispetto e la fruizione delle aree ambientali. La differenza in questo caso è nello sforzo di superare le categorie di concetti dominanti in questo tipo di progetti, per ridurre la differenza tra il turismo rurale –l’architettura popolare – la tradizione, per passare a sviluppare un modello che associa le necessarie nuove relazioni tra turismo rurale, architettura contemporanea e cultura ambientale.

Il risultato è una proposta architettonica completamente organica nelle sue forme. Una sintesi tra delicatezza e forza geometrica, in cui l’architettura e il paesaggio sono mescolati a causa del contrasto tra la leggerezza della lastra di cemento che sostiene il tetto e la leggerezza dei contenitori di vetro.

I treni provenienti dalle vicine Oviedo e Santander passano attraverso Llanes, rendendo questo hotel ben collegato e facile da raggiungere. La struttura ricettiva dispone di 5 camere da letto accoglienti con finestre dal pavimento al soffitto, e vista sul giardino, un letto di grandi dimensioni ed una zona salotto. La prima colazione e altri pasti sono serviti presso il bar ed il ristorante presenti in loco, sulla terrazza all’aperto.

L’edificio si irradia dal centro verso tre punti con vista sulle montagne nelle zone a nord, ed è ombreggiato e protetto in rientranza. Il terreno cresce fino e oltre l’intero edificio, garantendo il prato come spazio extra per gli ospiti. L’interno è delimitato da un grande muro in pietra che fornisce il supporto portante e separa l’hotel dalla residenza e dallo studio privato.
La luce penetra attraverso le finestre permeando le superfici trasparenti, e riflettendosi dal pavimento al soffitto traslucido in tutte le camere. La vegetazione del tetto verde permette la completa fusione dell’hotel con il paesaggio, riducendo il suo impatto visivo e l’uso di energia attraverso isolamento raggiunto in maniera del tutto naturale.
© Marcos Morrilla

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Il vincitore del premio CasaClima Awards 2013

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Il primo premio della settima edizione “CasaClima Awards 2013” di Bolzano è stato assegnato al team della Pedone Working s.r.l. per la residenza unifamiliare “Villa Di Gioia”, realizzata a Bisceglie (BA) tra il 2009 e il 2011. Il progetto vincitore, già precedentemente dotato di riconoscimento Gold+ dall’Agenzia CasaClima, è stato premiato per la sintesi architettonica di mediterraneità, la reinterpretazione della tradizione

locale, l’accortezza delle valutazioni bioclimatiche e l’eccellente coibentazione dell’edificio.

Il progetto: è in Puglia la prima casa passiva per il Mediterraneo

SCELTE PROGETTUALI
Il primo premio del CasaClima Award 2013 è andato a Villa Di Gioia, una residenza collocata in una zona residenziale-turistica del Comune di Bisceglie, nel nord barese. Il disegno planimetrico del piano terra risulta alquanto articolato per rispondere con efficienza ai dettami dei sistemi passivi di ecosostenibilità e termina, ad ovest, con un elemento a torre che si affaccia sulla corte centrale, simbolo per eccellenza della tradizione nostrana.

Il primo piano, invece, ha la forma di una “L” compatta, riservando l’intimità della zona notte. I prospetti, anch’essi dinamici come la pianta, alternano in modo raffinato vuoti e pieni, mettendo in risalto la purezza del colore bianco con cui sono rifiniti. Le scelte progettuali del progetto vincitore sono finalizzate alla valorizzazione dei contributi del sole e dei venti attraverso lo studio del corretto orientamento dell’edificio, del più proficuo posizionamento delle aperture e del rapporto tra illuminazione e soleggiamento (diagrammi solari).

RISPARMIO ENERGETICO
Per garantire un notevole risparmio energetico i giovani progettisti hanno optato per una perfetta coibentazione in grado di eliminare del tutto i ponti termici, annoverabili tra le cause principali della disomogeneità di temperatura all’interno di un edificio. Un contributo di non minore importanza è dato dall’uso di infissi altamente isolanti con triplo vetro basso-emissivo, dotati di due camere d’aria e di un rivestimento con ossido metallico che migliora notevolmente le prestazioni di isolamento termico dell’infisso senza modificare le prestazioni di trasmissione della luce.

A questi accorgimenti si aggiunge un impianto di riscaldamento a pompa di calore aria/aria ed un impianto di ventilazione meccanica controllata, quest’ultimo indispensabile in una casa passiva altamente isolata affinché venga assicurato il ricambio dell’aria. Infine, la presenza di pozzi geotermici permettono l’irrigazione del giardino con il riciclo dell’acqua piovana.

SISTEMI COSTRUTTIVI
Le soluzioni energetiche dell’edificio premiato quest’anno da CasaClima, dunque, vertono su due elementi fondamentali: la ridotta trasmittanza e l’elevata massa termica dell’involucro esterno, in particolare le pareti esposte a sud e ad ovest e il piano di copertura hanno uno smorzamento termico maggiore rispetto alle altre superfici della struttura, accorgimento che consente di mantenere costante la temperatura interna nonostante la variazione di quella esterna.

Nella stagione invernale, la chiusura ermetica dell’edificio attiva il sistema di ventilazione meccanica controllata in modo da ottenere il recupero del calore e il ricambio dell’aria, mentre le ampie vetrate ad ovest captano la radiazione solare conservandone il calore.
Nella stagione estiva, invece, l’ombreggiamento naturale è assicurato da un filare di alberi di gelso a foglia caduca, che filtra la luce del sole evitando una radiazione diretta sulle facciate rivolte a sud e ad ovest. Tuttavia il calore residuo viene abbattuto attraverso l’evaporazione dell’acqua piovana che scorre in canaline collocate sotto la grande vetrata ad ovest.

L’inserimento dell’effetto camino, inoltre, permette di espellere l’aria calda verso l’alto attraverso le aperture del vano scala, collocato a sud. Le finestre a nord-est, invece, ricevono la brezza marina rinfrescando gli ambienti nel periodo estivo e riducendo la presenza di anidride carbonica nell’aria.

È evidente che la scelta dell’Ente Fiera di Bolzano nei confronti di questo progetto conferma, ancora una volta, l’avanguardia della Regione Puglia nel settore dell’edilizia sostenibile, da molti anni impegnata nel coniugare gli aspetti dei sistemi energetici passivi a quelli impiantistici, favorendo la riduzione dei consumi nel rispetto della natura e della tradizione locale.

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