Case di bottiglie: economiche, ecologiche, resistenti

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Costruire case con bottiglie di plastica: una tecnica originale e utile che permette di realizzare abitazioni ecologiche, antisismiche, notevolmente resistenti al fuoco oltre che esteticamente belle, utilizzando uno dei materiali forse più facilmente reperibili a costo zero, in modo da ridurre anche l’impatto ambientale relativo allo smaltimento della plastica. Ogni anno nel mondo, 2,4 milioni di tonnellate di bottiglie di plastica

diventano spazzatura (laddove una tonnellata corrisponde pressappoco a 30.000 bottiglie), venendosi a creare, com’è noto, un notevole problema di smaltimento, ed è da decenni che si tenta di trovare soluzioni alternative per il riutilizzo della plastica delle bottiglie.

Costruire con le bottiglie di plastica: un vivaio in PET e bambù

Questo è il motivo per cui la tecnica di edificazione che impiega bottiglie di plastica può essere considerata la nuova frontiera nell’uso di questo materiale non degradabile, non solo per quanto riguarda la salvaguardia dell’ambiente, ma anche per la creazione di case low-cost, essendo la crisi degli alloggi un problema in crescita sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo.

I VANTAGGI DELLE CASE DI BOTTIGLIE
Le case di bottiglie sono state realizzate in diverse località, dalla Bolivia alla Nigeria, e durante queste esperienze di autocostruzione, nate all’inizio come dei veri e propri laboratori per sperimentare nuove tecniche economiche e a basso impatto ambientale, si è capito il vero potenziale di questi edifici. Infatti, le case vengono concepite e realizzate con una tecnica ecologica, in quanto non viene spesa energia nella produzione dei materiali necessari alla costruzione.

Le case di bottiglie hanno anche altre proprietà: sono infatti strutture notevolmente antisismiche, perché non rigide e più flessibili rispetto alle case in mattoni, e per questo riescono ad assorbire le scosse improvvise di un terremoto resistendo meglio all’urto. Inoltre sono case realizzate secondo alcuni dei principi dell’architettura bioclimatica, infatti la sabbia con cui le bottiglie sono riempite funge da isolante e fa sì che all’interno dell’abitazione si mantenga una temperatura costante di circa 18°, anche nei posti dove la temperatura esterna è molto alta (come ad esempio in Nigeria).
Inoltre si fa uso di materiali riutilizzabili, poiché i “mattoni di bottiglie” possono essere riusati per altre opere, nel caso in cui una di queste abitazioni dovesse essere smantellata. Per la costruzione è necessario molto meno materiale edile rispetto alle case in mattoni e inoltre non solo sono più facili da costruire ma si realizzano anche più velocemente.

Nel cantiere di una casa di bottiglie si crea un ambiente gioviale dove la comunità intera è invitata a partecipare, cercando di includere tutti, dai più poveri, cui spesso sono dirette queste abitazioni, agli handicappati o ai disoccupati, cui si insegna un mestiere.
Trattandosi di una tecnica semplice e non pesante, nella maggior parte dei casi la famiglia che occuperà l’abitazione a progetto terminato s’impegna attivamente all’edificazione della casa, contribuendo a creare ambienti che rispondono davvero ai bisogni reali della famiglia. Inutile dire che questo tipo di edifici sono anche molto meno costosi, poiché facendo economia sulle materie prime si riesce a risparmiare dal quaranta al sessanta per cento rispetto a architetture classiche in mattoni e cemento.

METODO DI COSTRUZIONE
La tecnica delle case di bottiglia si basa su un principio molto semplice, ovvero che una bottiglia di plastica (di tipo PET) riempita di sabbia equivale ad un mattone di argilla, ed ha la stessa funzione di un mattone, pur essendo però più durevole, flessibile e riutilizzabile. Quindi per costruire una casa di questo tipo si deve innanzi tutto accumulare un certo numero di bottiglie di plastica, ancora meglio se le si raccoglie sulle spiagge o in luoghi dove questi rifiuti sono stati abbandonati, contribuendo così a ripulire l’ambiente.

Per quanto riguarda la quantità delle bottiglie necessarie, si deve tenere presente che per una casa di sessanta metri quadrati servono circa 15.000 bottiglie (considerando la costruzione di colonne, pareti interne, e tutto quello che viene costruito in muratura), per metro quadrato servono ottanta bottiglie. In seguito si deve procedere al riempimento delle bottiglie con la sabbia: più questa è fine e migliore sarà il risultato finale poiché a parità di volume si creeranno mattoni-bottiglia più pesanti e isolanti.

Le bottiglie, riempite e sigillate, sono utilizzate prima per creare le colonne portanti della casa. In seguito si procede realizzando la base della struttura in cemento continuando poi a costruire i muri con bottiglie allineate su piani sovrapposti e assicurate tra di loro con una rete di cordoncini. Gli spazi vuoti tra le bottiglie vengono riempiti con un misto di fango e cemento, inoltre si può realizzare e utilizzare un’intelaiatura di legno per la struttura.

Per quanto riguarda la tempistica, l’operazione più lunga è quella di riempire le bottiglie, considerando che una persona riesce in media a riempire cinquanta bottiglie al giorno. Quando le bottiglie sono piene, la casa si costruisce in quindici giorni circa.

ESEMPI DI PROGETTI
Sono davvero molti i progetti realizzati con questa tecnica costruttiva. Vi è ad esempio un’associazione di volontari fondata da Ingrid Vaca Diez, che ha cominciato a costruire case “per i poveri tra i più poveri” in Bolivia, Messico e Argentina. Ingrid ha così dato vita a un’organizzazione che è stata in grado di realizzare case per alcune delle persone che vivevano in condizioni davvero precarie, costruendo anche scuole e altri edifici per la comunità.

Esempio di una casa costruita con bottiglie di plastica dall’associazione Casas de Botellas di Ingrid Vaca Diez.

Anche in Nigeria l’NGO D.A.R.E. (Development Association for Renewable Energies) si è cimentata con questo tipo di edifici e ha realizzato il primo prototipo a Sabon Yelwa, ovvero una casa di 58 mq da 14.000 bottiglie di plastica, che risulta inoltre autosufficiente dal punto di vista energetico, essendo anche stata dotata di pannelli fotovoltaici e di sistema per lo sfruttamento del bio-gas.

Il prototipo a Sabon Yelwa, Nigeria.

Il prossimo edificio che verrà realizzato dall’associazione sarà una scuola elementare a Suleja, in Nigeria, e con questa tecnica in Africa si cerca di fronteggiare due grosse problematiche che, tra le altre, affliggono il paese, ovvero la mancanza di abitazioni, e la quantità di bottiglie di plastica che affollano strade e luoghi pubblici (infatti in Nigeria si producono in media tre milioni di bottiglie di plastica al giorno).

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Design for the other 90%: la mostra che ha migliorato la vita di 10 milioni di persone

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C’è un design di cui si parla poco e che fa dell’utilità la sua vera missione. Si tratta del design rivolto ai paesi più poveri e in via di sviluppo, attraverso oggetti che cercano di risolvere in modo ingegnoso ed economico i veri bisogni delle popolazioni più in difficoltà. Sono questi gli oggetti che popolano la mostra “Design for the other 90%”, piccole invenzioni per portare acqua dove non c’è una fonte, illuminare case e

strade di villaggi senza elettricità e migliorare la vita di chi è meno fortunato.

 17 iniziative per contrastare i cambiamenti climatici premiate dall’ONU

 GRANDI PROBLEMI, PICCOLE SOLUZIONI
Avere a disposizione acqua potabile, corrente elettrica, quaderni per la scuola, sembra qualcosa di assolutamente ovvio.
Purtroppo però, in moltissimi paesi del mondo, non è così, acqua, luce e servizi per noi ordinari mancano totalmente. È proprio qui che l’ingegno dei designer entra in scena proponendo soluzioni economiche per risolvere, o quantomeno agevolare, l’accesso alle risorse primarie.

Risale al 2007 la mostra “Design for the other 90%” presso il Cooper-Hewitt National Design Museum di New York, dove il termine “90%” rappresenta la percentuale di popolazione che all’epoca non aveva accesso diretto alle risorse principali.

Sovvenzionate dallo psichiatra Paul Polak, fondatore dell’IDE (International Development Enterprise), le creazioni esposte hanno già migliorato la qualità della vita di circa dieci milioni di persone.

Si tratta di oggetti di uso comune reinventati e progettati secondo le esigenze delle popolazioni più povere per renderli funzionali e accessibili.

Le opere vanno dal frigorifero di coccio alla ruota porta acqua, alle pompe di irrigazione a pedali, costruite con il bambù, alle borse di stoffa con panelli fotovoltaici.

Oltre a soddisfare le esigenze più comuni, alcuni di questi oggetti sono veri e propri strumenti di lavoro, che consentono alla popolazione non solo di sopravvivere, ma di produrre più di quanto necessario creando così un mercato dinamico e proficuo.

 SEMPLICEMENTE UTILI
Bambù Tradle Pumps
Utilizzato principalmente in Nepal, Bangladesh e India, questo ingegnoso sistema in bambù facilita la raccolta dell’acqua nelle stagioni più secche. Il funzionamento è quello delle pompe a motore ma con un costo nettamente inferiore.

 
La pompa di aspirazione è costituita da due cilindri di metallo azionati dai piedi che si muovono sui pedali. La semplicità della struttura e la reperibilità del materiale fa sì che il prodotto sia facilmente riproducibile dalle aziende locali.

CellBag
Questa pratica borsa ha come scopo principale quello di facilitare il trasporto dell’acqua, durante viaggi spesso molto lunghi e faticosi.

Diffusa soprattutto in Africa e disegnata dal designer Mathieu Lehanneur, la CellBag si ispira al modo in cui le cellule trasportano acqua e sostanze nutritive. Consiste in una tanica da 1L che si può comodamente indossare come una borsa, è igienica e pratica. È disponibile anche nella versione “urbana”, adatta a chi fa sport, e i ricavati delle vendite andranno a finanziare progetti umanitari in Africa.

Little Sun
Questa piccola e colorata lampada cerca di portare un pò di luce a chi vive nel buio a causa della totale assenza di corrente elettrica. Bastano 5 ore di esposizione al sole per avere 10 ore di luce più soft o 4 ore di luce intensa.

La lampada è facilmente trasportabile, di colore giallo e con una forma che ricorda quella del sole e il segreto del suo funzionamento è sul retro, un piccolo pannello fotovoltaico che cattura i raggi solari per restituirli in luce. 

Foroba Yelen
Il nome è stato scelto dal popolo del Mali e significa “luce collettiva”.
Nato da un progetto di illuminazione rurale, destinato ai territori africani, Foroba Yelen è un lampione trasportabile, dotato di batterie solari e di una ruota che ne consente il semplice movimento anche sui sentieri più impervi.

Il lampione è concepito per essere facilmente trasportato da donne e bambini e per essere utilizzato ovunque, per il lavoro e per la scuola.
Un progetto semplice ed utile che nel 2012 si è aggiudicato il City to City Barcelona FAD Award. 

Questi e molti altri sono i progetti destinati al Terzo mondo, oggetti che spesso, con disarmante semplicità, riescono a ridare speranza e un aiuto concreto a chi ne ha più bisogno.
Uno spunto per riflettere sul ruolo del design e sulla sua utilità, e ritrovare nelle situazioni più difficili nuovi stimoli e nuove sfide!

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