Come aiutare una persona che soffre di disturbi alimentari

I disturbi alimentari, al giorno d’oggi, sono una piaga sempre più diffusa. Secondo alcune statistiche, si stima che in Italia gli adolescenti che soffrono di un disturbo alimentare siano circa 2 milioni. È come dire che ogni 100 ragazzi, 10 hanno o hanno avuto a che dare con un disturbo di questo tipo. Un dato che appare lievemente sottostimato, anche considerando la difficoltà che molti ragazzi hanno nel parlarne. Bisogna evidenziare che l’incidenza di disturbi come anoressia, bulimia o disturbo da alimentazione incontrollata, meglio noto come binge eating disorder, è in aumento e, cosa ancora più preoccupante, l’età in cui si manifestano i primi sintomi tende a scendere sempre di più. Come spiegato da alcuni esperti, l’esordio di un disturbo alimentare solitamente si colloca tra i 15 e i 25 anni, tra l’adolescenza e la prima età adulta. Ma sempre più di frequente ci si trova a diagnosticare anoressia o bulimia a ragazzi e ragazze tra i 10 e i 12 anni.

I sintomi dell’anoressia: cogliere i segnali

Spesso sono i familiari ad accorgersi che qualcosa non va. Una madre o un padre si accorge che la propria figlia sta dimagrendo in modo pauroso, fin quasi a sparire. Si rende a conto che a tavola mangia sempre meno, che controlla con attenzione quasi maniacale il numero di calorie ingerite, che è sempre a dieta e sceglie sempre i cibi meno sostanziosi. Magari la vede mentre si guarda allo specchio e nota quanto lei sia insoddisfatta delle forme del proprio corpo. Si vede grassa, sempre e comunque. Anche quando la bilancia segna un numero bassissimo.

Tutti questi comportamenti fanno pensare all’anoressia nervosa.

L’anoressia nervosa, infatti, è caratterizzata dal rifiuto del cibo e dall’ossessione maniacale per il peso e per la propria immagine corporea. L’anoressica (o l’anoressico) mette in atto una sistematica restrizione alimentare, riduce in modo drastico l’apporto nutritivo ed energetico, arrivando ad avere un peso molto inferiore a quello che dovrebbe avere in base all’età, al sesso, alla fase di sviluppo e, soprattutto, alla salute. Prova un’intensa paura di prendere peso, ha un’attenzione morbosa e patologica per il corpo e manifesta un estremo perfezionismo, il cosiddetto perfezionismo clinico. Per chi soffre di anoressia, il controllo assoluto sul corpo e sul proprio peso diventa un pensiero costante, l’unica preoccupazione. La mente è completamente impegnata da questo solo e unico pensiero. Molto comune è anche l’iperattività, un vero e proprio abuso dello sport e del movimento per cercare di mantenere sotto controllo il proprio peso. A tutto questo si aggiungono bassa autostima e difficoltà nel riconoscere le proprie emozioni.

L’anoressia, se non trattata tempestivamente, ha conseguenze cliniche importanti sull’organismo. Nelle donne, a causa dello scompenso ormonale derivato dalla restrizione alimentare, si verifica l’amenorrea, cioè la scomparsa del ciclo mestruale. Possono esserci complicanze ematologiche, problemi gastrointestinali, squilibri metabolici, gravi problemi cardiovascolari oltre a una serie di disturbi degli altri apparati, da quello muscoloscheletrico a quello endocrino. Si stima che l’80% delle anoressiche abbia un rallentamento del battito cardiaco e una diminuzione della pressione arteriosa; inoltre aumenta il rischio di aritmie cardiache.

I sintomi della bulimia: come accorgersene?

Nel caso della bulimia, forse è più difficile cogliere i segnali. La bulimia, infatti, è caratterizzata da un comportamento altalenante, un’alternanza tra abbuffate esagerate di cibo e condotte restrittive estreme, vomito, uso di lassativi, eccessiva attività fisica, tutte azioni che servono a compensare l’eccesso alimentare precedente. Spesso la bulimia insorge a seguito di una dieta troppo severa di cui non si riescono a seguire le regole, estremamente ferree. Una dieta che il bulimico si autoimpone a causa dell’eccessiva preoccupazione per la propria immagine corporea, per il peso, per le forme.  Le trasgressioni rispetto a quel regime alimentare strettissimo e autoimposto vengono vissute come dei fallimenti. Ne derivano vergogna, disgusto, senso di colpa che alimentano un terribile circolo vizioso fatto di nuove restrizioni o condotte compensative (uso di lassativi, vomito, sessioni infinite di palestra per bruciare le calorie di troppo) e nuove abbuffate.

Uno schema che si ripete e si autoalimenta all’infinito.

Anche la bulimia ha gravi conseguenze mediche che mettono a rischio la salute.

Ma quando si sospetta che il proprio figlio abbia un disturbo alimentare, cosa bisogna fare?

Consigli per genitori: come comportarsi con un figlio che soffre di un disturbo alimentare?

Innanzitutto bisogna comprendere che alla base del disturbo alimentare c’è un profondo disagio. Come evidenziato dal Ministero della Salute, si tratta di malattie complesse che hanno a che fare con una sofferenza psicologica ed emotiva. È del tutto normale che un genitore possa sentirsi disorientato. Spesso, anzi, la prima reazione è quella di rifiuto rispetto alla situazione che ci si trova di fronte. Si nega che il proprio figlio o la propria figlia possa essere anoressico/a o bulimico/a. Questo atteggiamento, però, per quanto comprensibile, è estremamente controproducente. Quando c’è il fondato timore che un ragazzo abbia sviluppato un disturbo della condotta alimentare, negare il problema può ritardare la diagnosi e quindi l’intervento. Non bisogna colpevolizzare i genitori che non sanno come affrontare la questione. La paura è un’emozione naturale e comune. Se un genitore tarda a chiedere aiuto per il proprio figlio, non significa che non gli importi, che non tenga a lui o non voglia il meglio. Soltanto, forse, che è troppo spaventato e preoccupato per riuscire ad agire in modo lucido.

Per questo occorre seguire alcuni consigli pratici.

Innanzitutto, obbligare il proprio figlio a mangiare, ripetergli continuamente che deve finire ciò che ha nel piatto, criticare e arrabbiarsi purtroppo non serve. Questo atteggiamento non fa che alimentare la tensione e il conflitto, peggiorando una situazione già di per sé delicata. Il genitore deve poter capire che quello che sta vivendo il figlio non è il frutto di una sua scelta. Non è un capriccio né tantomeno una sciocchezza da adolescenti. L’anoressia, la bulimia e gli altri disturbi alimentari sono vere e proprie malattie che vanno diagnosticate e trattate da esperti. La persona anoressica o bulimica ha scarso controllo di quello che le accade e ha bisogno di essere aiutata, accompagnata, sostenuta in un percorso difficile. Un atteggiamento punitivo non può correggere un comportamento che deriva dalla malattia. In questi casi, il genitore deve riuscire a mettersi in ascolto, ad assumere un atteggiamento di accettazione e accoglienza.

È fondamentale convincere lui o lei a iniziare un trattamento specialistico che prevede un percorso di psicoterapia. L’approccio più diffuso nel campo dei disturbi alimentari è la CBT-E (Cognitive Behavioural Therapy-Enached), una forma specifica di terapia cognitivo-comportamentale che si adatta al paziente e serve a comprendere quali siano i meccanismi alla base del mantenimento del problema per poter elaborare una strategia di intervento efficace, utile a superare il disturbo.

È opportuno scegliere un terapeuta formato ed esperto per il trattamento dei disturbi alimentari, possibilmente nella propria città e soprattutto in una zona comoda da raggiungere, per poter mantenere un contatto stretto. Se vi trovate a Roma, in zona Prati, probabilmente vi troverete a cercare online Psicoterapeuta Roma Prati per trovare un professionista vicino a casa che abbia le competenze e l’esperienza necessaria a seguire il caso.

Una volta intrapreso il percorso di psicoterapia, il ruolo dei genitori continua a essere importante, anzi fondamentale. I genitori vengono direttamente coinvolti nel trattamento poiché sono loro ad assistere il figlio nella quotidianità e nel momento di maggior stress nel caso di un disturbo alimentare, cioè quello dei pasti. È importante che i genitori rimangano aperti e disponibili al dialogo, che cerchino di garantire un ascolto empatico e non giudicante. È opportuno evitare di fare riferimento all’aspetto fisico, anche per fare un complimento: una frase come “quanto stai bene oggi” può essere interpretata come un riferimento al fatto che sia ingrassato/a. Allo stesso tempo, bisogna evitare di parlare di questioni legate al peso o alle diete. È importante anche che i genitori stessi possano proporre e rappresentare un modello di comportamento coerente. Ciò significa, in buona sostanza, che una madre non può chiedere alla propria figlia di mangiare di più se lei stessa sta costantemente a dieta per entrare in una taglia 40, salta i pasti e dimostra un rapporto disfunzionale con il cibo. Naturalmente, non c’è nulla di semplice e immediato in tutto questo. Frustrazione e senso di impotenza sono sentimenti normali, soprattutto perché i genitori potrebbero non notare dei miglioramenti oppure considerarli troppo lenti rispetto agli sforzi fatti o ancora assistere a ricadute e peggioramenti.  Bisogna perseverare, avere pazienza e soprattutto, chiedere aiuto. Per quanta forza di volontà, amore e speranza si abbia, i genitori non sono formati e non hanno le conoscenze e le competenze necessarie per aiutare i figli in completa autonomia. Ma devono ricordare sempre che, affiancati da un professionista, possono contribuire in maniera determinante nella risoluzione del problema.

Dai disturbi alimentari si può guarire.

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